21 aprile (753 A.C.), il Natale di Roma

Benché si tratti di una data più leggendaria che storica, ancor oggi Roma celebra la sua fondazione il 21 aprile rispettando la tradizione che vuole la città fondata da Romolo in questo giorno del 753 a.C. sul colle Palatino.

Il 21 aprile si festeggia il Natale di Roma perchè è la data presunta della fondazione di Roma fissata al 21 aprile dell’anno 753 a.C., dallo storico latino Varrone basandosi su dei calcoli effettuati dall’ astrologo Lucio Taruzio.

Rome, the Eternal City

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NINNA NANNA DE LA GUERRA -TRILUSSA

 

L’Omo e l’Arbero – Trilussa

Mentre segava un Arbero d’Olivo un Tajalegna intese ‘sto discorso: Un giorno, forse, proverai er rimorso de trattamme così, senza motivo.

Perché me levi da la terra mia? Ciavressi, gnente, er barbero coraggio de famme massacrà come quer faggio che venne trasformato in scrivania?

Invece – j’arispose er Tajalegna – un celebre scurtore de cartello, che lavora de sgurbia e de scarpello, te prepara una fine assai più degna.

Fra poco verrai messo su l’artare, te porteranno in giro in processione, insomma sarai santo e a l’occasione farai quanti miracoli te pare.

– L’Arbero disse: – Te ringrazzio tanto: ma er carico d’olive che ciò addosso nun te pare un miracolo più grosso de tutti quelli che farei da santo?

Tu stai sciupanno troppe cose belle in nome de la Fede!

T’inginocchi se vedi che un pupazzo move l’occhi e nun te curi de guardà le stelle! –

Appena j’ebbe dette ‘ste parole s’intravidde una luce a l’improviso: un raggio d’oro: Iddio dar Paradiso benediceva l’Arbero cór Sole.

La Quaresima a Roma ai tempi dello stato pontificio

La Quaresima è il periodo penitenziale di quaranta giorni che precede e prepara la Pasqua; inizia con il “Mercoledì delle Ceneri” e si prolunga per quasi sei settimane terminando il Giovedì Santo, quando inizia il Triduo Pasquale.
“La campana sona a merluzzo”: questo detto popolare commentava il suono delle campane che annunciava le funzioni religiose all’inizio del periodo quaresimale, improntato, ad un rigido regime di astinenza dalle carni per tutti i quaranta giorni.
Nella Roma papalina il compito di richiamare i fedeli ai loro doveri era affidato ai predicatori quaresimali, che a volte non esitavano a terrorizzare i mancati penitenti minacciando castighi divini e tormenti infernali, anche se non mancarono religiosi come S. Paolo della Croce e S. Leonardo di Porto Maurizio dotati di eloquenza autenticamente ispirata dalla fede.
Specie negli ultimi giorni, era d’uso che ogni pomeriggio, fino all’Ave Maria, tutti i bottegai, osti, fruttaroli, tabaccai tenessero chiuse le loro botteghe, per partecipare insieme agli altri cittadini all’ascolto delle infervorate e ammonitrici prediche, dette “Missioni” proprio perché tenute da frati missionari.
La principale restrizione quaresimale, il divieto di consumare carni, era imposta con estremo rigore, tanto che si ricordano casi di macellai romani condannati alla galera per aver messo in vendita i loro prodotti nel periodo di penitenza.
“In quaresima pe’ ddivuzzione…se magneno li maritozzi, anzi c’è cchi è ttanto divoto pe’ mmagnalli, che a ccapo ar giorno se ne strozza nun se sa quanti”. Così, con la sua ironica vivacità Giggi Zanazzo, le cui opere sono un prezioso strumento per chi vuole conoscere le tradizioni della Roma del secolo scorso, commentava l’usanza quaresimale “der zanto maritozzo”, dolce allora molto amato, che il primo venerdì di marzo, una sorta di giorno di S. Valentino dell’epoca, veniva anche donato dai giovani alla propria innamorata.
Per alcuni secoli le autorità pontificie emanarono annualmente provvedimenti volti a disciplinare il digiuno quaresimale. Uova, formaggio e carne erano consentiti soltanto per anziani e malati, previo permesso scritto. Medici e parrocchiani venivano ammoniti: coloro avessero sottoscritto questi permessi senza legittima causa oltre al farsi carico dei peccati altrui, sarebbero stati anche puniti dall’autorità.

Gli avvertimenti restavano però spesso inascoltati: a volte bastava allungare qualche soldo al parroco per ottenere la dispensa; mentre a coloro che volevano invece essere ligi alle regole non restavano che ceci e baccalà… fortunatamente però c’erano i maritozzi con cui consolarsi!
A Roma sopravvisse a lungo l’abitudine di “spezzare la Quaresima”, con la festa del “segare la vecchia” che si celebrava a Campo Vaccino nel Foro Romano. Qui un enorme fantoccio ripieno di fichi, arance, frutta secca e dolci quaresimali veniva squartato ed il contenuto diveniva preda degli spettatori che facevano a gara, spesso anche con metodi cruenti, per appropriarsene

 

A MARE SI GIOCA

Si possono fare i castelli di sabbia
si può stare sotto l’ombrellone a fare le parole crociate
si può giocare con le racchette e la pallina
si possono fare volare gli aquiloni
e si può scrivere il proprio nome sulla sabbia
a mare si gioca
si possono fare le gite con il canotto
si può prendere un materassino e fare il bagno con il bambino
gli puoi mettere i  braccioli, la maschera,
e poi quando esce dall’acqua starci insieme,
e giocare con lui, con la paletta e il secchiello
perché a mare si gioca
a mare si gioca
i gabbiani lo sanno,
infatti volano a pelo d’acqua…e urlano
e poi salgono su su altissimi… e fanno finta di essere delle nuvole
i pescatori sono loro amici e gli lanciano i pesci
e loro ricambiano, riempiendo di allegria bianca
i quadri, i cieli, le acque e la vita
a mare si gioca
giocano tutti!!
Si può giocare al gioco dello scafo
si sale tutti su un gommone
fino a riempirlo all’inverosimile
quando quello che porta il gommone,
che comanda,
dice di buttarsi tutti a mare
ci si butta a mare,
è un gioco
Quando io ero giovane lavoravo nella guardia costiera, a Lampedusa
quante cose che ho visto!!
Una volta mentre giravamo abbiamo visto 366 delfini impigliati nelle reti,
erano scappati dalle acque dove erano nati,
forse per fame, forse perché c’era una guerra sottomarina tra pesci,
noi li abbiamo liberati tutti dalle reti
e li abbiamo visti nuotare velocissimi, saltare fuori dall’acqua e inseguirsi…giocavano!!!!!
A mare si gioca
si gioca!!
Ci sono bambini
che giocano a stare immobili con la faccia in acqua
senza respirare
perché tanto lo sanno
che sta per arrivare la mano forte del papà
che li prenderà e li farà giocare

Di Nino Frassica e Tony Canto

GIACOMO CUSMANO

Ricordi del Beato Giacomo Cusmano in occasione del Giubileo Cusmaniano

15 marzo 1834 Nasce a Palermo
8 luglio 1837 Perde la madre a causa del colera
1841-1851 Frequenta il collegio Massimo sotto la direzione dei gesuiti
12 aprile 1850 Tenta di fuggire per farsi missionario
27 luglio 1852 Perde il padre e prende su di sé la direzione della famiglia
11 giugno 1855 Si laurea in medicina
22 dicembre 1860 Viene ordinato sacerdote
12 maggio 1867 Fonda l’associazione del Boccone del Povero
24 luglio 1868 Papa Pio IX benedice la sua opera
25 dicembre 1869 Inaugura la prima Casa dei poveri, nella chiesa dei SS. Quaranta Martiri
1837 Lascia la chiesa dei Quaranta Martiri e si trasferisce a San Marco
Luglio del 1878 Durante una crisi sogna che la Vergine Maria benedice la sua opera
23 maggio 1880 Dà vita alla comunità religiosa delle Serve dei Poveri
Febbraio del 1881 Il sindaco gli offre la Quinta Casa al Molo
5 gennaio 1882 Gli viene affidata la direzione della prima Casa dei poveri fuori Palermo, ad Agrigento
1º maggio 1882 Apre un grande orfanotrofio in contrada Terre Rosse
Estate del 1882 Fonda una Casa per i poveri a Valguarnera
25 dicembre 1883 Fonda una Casa per i poveri a Monreale
Maggio 1885 Visita a Messina e incontro con Annibale Maria Di Francia
4 ottobre 1884 Dà vita alla comunità religiosa dei Frati Servi dei Poveri
18 giugno 1885 Fondata una comunità di Serve dei Poveri a Santa Caterina
Estate del 1885 Cura gli infetti dal colera a Palermo
Aprile 1886 Fonda una colonia agricola a San Giuseppe Jato
21 novembre 1887 Viene istituito l’ordine dei Sacerdoti Missionari Servi dei Poveri
8 febbraio 1888 Fonda l’Associazione delle Dame di Carità
14 marzo 1888 Muore a 54 anni
30 ottobre 1983 Viene proclamato beato da Giovanni Paolo

All’ombra di Trilussa

Mentre me leggo er solito giornale
spaparacchiato all’ombra d’un pajar
o vedo un porco e je dico: – Addio, majale! –
vedo un ciuccio e je dico: – Addio, somaro! –

Forse ‘ste bestie nun me capiranno,
ma provo armeno la soddisfazzione
de potè di’ le cose come stanno
senza paura de finì in priggione.

trilussa